30 giugno 2007

Aggiornamento della rassegna stampa del 30 giugno 2007 (1)


Vedi anche:

Rassegna stampa del 30 giugno 2007

Il Papa: Gesu' non e' uno dei grandi fondatori di religioni, ma il Figlio di Dio

SPECIALE: IL MOTU PROPRIO CHE LIBERALIZZA LA MESSA IN LATINO

Un esemplare articolo di Filippo Di Giacomo per "La Stampa" [Messa tridentina]

Qualche indiscrezione sulla lettera ai Cattolici cinesi

Cattolici in Cina: intervista al cardinale Zen Ze-kiun

Nota pastorale dell'Episcopato italiano "dopo Verona" (per la lettura occorre scaricare il documento allegato).


«Socrate e Buddha? Saggi, ma Gesù è Dio»

di Andrea Tornielli

Oggi Gesù «è considerato anche come uno dei grandi fondatori di religioni, da cui ognuno può prendere qualcosa per formarsi una propria convinzione» ed è paragonato «a Buddha, Confucio, Socrate» ma non viene riconosciuto nella sua unicità, come messia figlio di Dio. Lo ha affermato ieri mattina Benedetto XVI nell’omelia della festa dei santi Pietro e Paolo, prima di imporre a quarantasei nuovi arcivescovi metropoliti provenienti da tutto il mondo - tra i quali gli italiani Bagnasco (Genova), Romeo (Palermo) e La Piana (Messina) - il pallio, la piccola sciarpa di lana d’agnello decorata con croci nere che sottolinea lo speciale legame con il Pontefice.

Il Papa è tornato ancora una volta a meditare sulla «confessione di Pietro», cioè sul riconoscimento della divinità di Gesù che il primo degli apostoli fece, sottolineando come questa sia «inseparabile dall’incarico pastorale a lui affidato nei confronti del gregge di Cristo». E ha parlato della domanda che Cristo rivolge ai suoi: «E voi chi dite che io sia?». Una domanda cruciale da duemila anni di fronte all’unico uomo che ha definito se stesso «la via, la verità e la vita». Secondo tutti gli evangelisti, la «confessione» di Pietro avviene in un momento decisivo della vita di Gesù, quando, dopo la predicazione in Galilea, egli si dirige risolutamente verso Gerusalemme dove sarà crocifisso. «I discepoli - ha detto il Papa - sono coinvolti in questa decisione: Gesù li invita a fare una scelta che li porterà a distinguersi dalla folla per diventare la comunità dei credenti in lui, la sua “famiglia”, l’inizio della Chiesa».

Benedetto XVI ha continuato spiegando come vi siano «due modi» di «vedere» e di «conoscere» Gesù. Il primo, quello della folla, più superficiale, «l’altro, quello dei discepoli, più penetrante e autentico». Prima il Nazareno domanda che cosa la gente dica di lui, invitando «i discepoli a prendere coscienza di questa diversa prospettiva». La gente, infatti, pensa che Gesù sia un profeta. «Questo non è falso - aggiunge Ratzinger - ma non basta; è inadeguato. Si tratta, in effetti, di andare in profondità, di riconoscere la singolarità della persona di Gesù di Nazaret, la sua novità».

Anche oggi, ha continuato il Papa, accade così: «Molti accostano Gesù, per così dire, dall’esterno. Grandi studiosi ne riconoscono la statura spirituale e morale e l’influsso sulla storia dell’umanità, paragonandolo a Buddha, Confucio, Socrate e ad altri sapienti e grandi personaggi della storia. Non giungono però a riconoscerlo nella sua unicità. Viene in mente ciò che disse Gesù a Filippo durante l’Ultima cena: “Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo?”».

«Spesso Gesù - ha aggiunto ancora Benedetto XVI - è considerato anche come uno dei grandi fondatori di religioni, da cui ognuno può prendere qualcosa per formarsi una propria convinzione». Come allora, dunque, anche oggi la gente «ha opinioni diverse su Gesù». Ma come allora, «anche a noi, discepoli di oggi, Gesù ripete la sua domanda: “E voi, chi dite che io sia?”. Vogliamo fare nostra la risposta di Pietro... “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”».

Che cosa era dunque difficile da accettare per la gente a cui Gesù parlava? Che cosa continua ad esserlo anche per molta gente di oggi, si è chiesto Ratzinger? «Difficile da accettare è il fatto che egli pretenda di essere non solo uno dei profeti, ma il figlio di Dio, e rivendichi per sé la stessa autorità di Dio. Ascoltandolo predicare, vedendolo guarire i malati, evangelizzare i piccoli e i poveri, riconciliare i peccatori, i discepoli giunsero poco a poco a capire che egli era il messia nel senso più alto del termine, vale a dire non solo un uomo inviato da Dio, ma Dio stesso fattosi uomo». «Nella professione di fede di Pietro - ha concluso - possiamo sentirci ed essere tutti una cosa sola, malgrado le divisioni che nel corso dei secoli hanno lacerato l’unità della Chiesa con conseguenze che perdurano tuttora». Parole ancor più significative, dato che a fianco dell’altare, in San Pietro, sedeva la delegazione inviata dal patriarca ecumenico di Costantinopoli.

© Copyright Il Giornale, 30 giugno 2007


Benedetto XVI: "Saluto con affetto la cara comunità partenopea, preparate l´incontro nella preghiera e nella carità"

Il Papa: "A Napoli il 21 ottobre"

Annuncio durante l´Angelus, accolto l´invito del cardinale

Il 21 ottobre Benedetto XVI sarà a Napoli. L´ha annunciato egli stesso al termine dell´Angelus: «Accogliendo l´invito del cardinale Sepe, domenica 21 ottobre mi recherò in visita pastorale a Napoli. Saluto con affetto la cara comunità napoletana, che invito a preparare l´incontro nella preghiera e nella carità operosa».

© Copyright Repubblica (Napoli), 30 giugno 2007


LA VISITA DEL PONTEFICE

Il Papa a Napoli, la città si mobilita

Iervolino: "È una grande gioia, una presenza che ci onora"

La riserva è sciolta, fumata bianca. Papa Joseph Ratzinger arriverà a Napoli per la sua prima visita pastorale il 21 ottobre. La sua presenza coinciderà con l´apertura del meeting tra i capi delle religioni di tutto il mondo organizzato dal cardinale Crescenzio Sepe insieme con la comunità di Sant´Egidio, che fu l´ispiratrice della tre-giorni di Assisi giunta alla sua ventunesima edizione.
Una decisione che conferma le prudenti parole pronunciate dal cardinale Sepe lo scorso maggio: «Ho più di una speranza per dire che Sua Santità potrebbe essere insieme a noi». Il dialogo interreligioso di ottobre si chiuderà in piazza Plebiscito, è atteso anche il Presidente Napolitano, un evento che incassa il «grazie di cuore» delle istituzioni. «Grande gioia» esprime il sindaco Iervolino, per la quale «questa circostanza onora la città e dimostra l´attenzione che ad essa riserva l´attuale Pontefice, così come accadde con Giovanni Paolo II, attraverso la sua non dimenticata presenza a Napoli e l´invito ai cittadini a "costruire la speranza"». Per il presidente della Provincia Di Palma «l´arrivo del Papa è un forte segnale di affetto e vicinanza per tutto il nostro territorio e va preparata con coscienza e impegno da parte di tutti». Il governatore Bassolino è sicuro che «tanti e tanti napoletani potranno esprimere al Papa la loro vicinanza, la fede e l´affetto. Siamo certi che Napoli e la Campania sapranno accoglierlo nel modo migliore». Anzi - aggiunge Bassolino - «ci vedremo nelle prossime ore con la Curia, Comune e la Provincia per fare in modo che un evento di tale importanza venga organizzato come merita».
È un rapporto discreto ma costante quello che lega l´ex cardinale Ratzinger a Napoli. Così Papa Benedetto XVI ha voluto dare pubblicamente la notizia durante la recita dell´Angelus per la festività dei patroni di Roma, Pietro e Paolo: «Sono lieto di annunciare che, accogliendo l´invito del cardinale Sepe, domenica 21 ottobre mi recherò in visita pastorale a Napoli. Saluto già oggi con affetto la cara comunità napoletana, che invito a preparare l´incontro nella preghiera e nella carità operosa». Un «bellissimo regalo», lo definisce il cardinale Sepe, che sigillerà proprio domani il suo primo anno da vescovo di Napoli. Non a caso per il giorno in cui sarebbe diventata ufficiale la visita di Ratzinger a Napoli, l´arcivescovo aveva organizzato la veglia in Duomo per celebrare la festività dei santi Pietro e Paolo, invitando la città a pregare per «tutte le intenzioni del nostro Papa».
(co. sa.)

© Copyright Repubblica (Napoli), 30 giugno 2007


IL PERSONAGGIO

Sepe, un anno in trincea il vescovo del rivolgimento

CONCHITA SANNINO

Un anno dopo, la città che rischia il dirupo e protesta ogni giorno, si stringe intorno al suo pastore, Crescenzio Sepe. Con lui, i simboli tornano a parlare, le parole anche. Sono trascorsi 12 durissimi mesi da quel primo luglio 2006 in cui l´ex potente prefetto "rosso", il vertice della Propaganda Fide e il vescovo più vicino a Papa Giovanni Paolo II che si pensava proiettato verso altissime cariche romane, fece il suo ingresso napoletano in umiltà. Passò da Scampia, l´ultima delle porte, baciò quel suolo sofferente e bagnato di sangue. E da allora non si è più fermato.
Un anno dopo, a trovare la sintesi più efficace del primo anno di magistero nella città delle sabbie mobili, viene in mente uno slogan da ragazzi che campeggiava in piazza Dante la mattina del 31 marzo, nel giorno in cui la Giornata diocesana della gioventù la gremì di oltre 10mila adolescenti. Diceva: «Ciao pastore dell´arrevuoto». In quattro parole, il ritratto di Crescenzio Sepe. Leader di una Chiesa tornata protagonista del sociale.
Il vescovo del rivolgimento, in un anno, ha tuonato 20 volte dall´altare e fuori contro «la camorra, i boss, le forze del male, i prevaricatori, i capi dei capi che invece sono niente, proprio niente senza Cristo». Ha spinto i giovani, incitandoli da un palco per tre volte con queste parole: «Ribellatevi al male, vi scongiuro, non vi arrendete». Ha chiesto ai ragazzi e agli immaturi di ogni età di lasciare le armi e i coltelli. Ha consumato oltre cento incontri istituzionali e con i cittadini fuori dalle liturgie; decine e decine di trasferte in chiese della provincia, altre dozzine di visite preparate di mese in mese presso gli ospedali o le carceri; in punta di piedi è entrato anche nelle case di numerosissimi anziani e religiose ammalate, ha riaperto chiese che non avevano più un parroco (in periferia nord), ha benedetto la prima pietra di erigende parrocchie (a Casalnuovo. «Ma mica è abusiva, eh», scherzò con la rituale ironia).
Un lungo percorso, andando con passo fermo incontro alle città, alzando la voce e mettendo se necessario il dito sulle piaghe. Come è successo, per ultimo, lo scorso 13 giugno accogliendo la squadra del Napoli e provocando: «Ma qui altri devono portare la città in serie A». Pungente, ma senza mortificare la speranza.
Così, ieri sera in Duomo, appena stanco dopo avere celebrato la lunga messa per i santi Pietro e Paolo in onore del Papa, il cardinale Sepe sorride a chi chiede che regalo desidererebbe dalle istituzioni per il primo anniversario del suo magistero: «Vorrei si impegnassero un po´ di più. Ecco, lo dico affettuosamente, e con rispetto della fatica che obiettivamente costa. In loro c´è sempre stata disponibilità, ho anche trovato molto dialogo: ma poi, per difficoltà che non conosco, ho visto che non si riesce a passare dalla teoria alla pratica». Fermo. Mai ostile. Severo pur conservando il tratto profondamente umano. È nata grazie alla sua impronta caratteriale quell´empatìa nuova tra Chiesa di Napoli ed i settori più laici (anche i più diversi tra loro) della comunità: intellettuali, imprenditori, associazioni e volontariato di frontiera. Guido Trombetti, rettore dell´Università Federico II, loda «le sue azioni pastorali concrete e i gesti simbolici di grande valore, Sepe mi piace per l´attenzione riservata alla funzione culturale della città, nell´accezione più ampia».Trombetti fa un esempio: «Avere spinto tanti ragazzi a depositare sotto l´altare decine di coltelli non ha risolto certo il problema della camorra o delle violenze, ma ha tenuto alto il valore dei simboli. E poi - sottolinea il rettore - Sepe si impone come uomo del fare. Ha saputo incarnare un´autorità morale alta, senza mai valicare i confini e tuttavia senza limitarsi all´attività di sermone». Anche il costituzionalista Francesco Paolo Casavola si sofferma sulle sue molteplici capacità: «Il suo temperamento e anche il piglio manageriale ne hanno fatto il pastore giusto nella città che ne aveva più bisogno: perché questo popolo deve essere inseguito dal suo pastore. Direi che ormai è una esigenza epocale che sia il pastore a cercare a radunare le pecore, occorre un dinamismo che la tradizione non prevedeva accanto al carisma del vescovo. Lui, per fortuna, ce l´ha».
Ieri sera alle 19, quando suonano a festa le campane della cattedrale e salgono gli applausi dalle navate per ringraziare il Papa di avere annunciato la sua visita a Napoli, la riconoscenza del popolo è anche per Sepe. Il cardinale sottolinea dall´altare «l´immensa gratitudine di Napoli, che ama e venera il nostro Papa per aver detto sì al nostro desiderio di averlo in mezzo a noi». La liturgia celebra due uomini apparentemente "mancanti": Pietro che negava il Signore, Paolo che lo perseguitava prima di convertirsi, eppure a loro «la Grazia del Signore concederà di diventare pietre angolari su cui edificare la sua Chiesa». Ed il massimo vertice «di questa chiesa viva, Papa Ratzinger - spiegherà il cardinale - è particolarmente vicino alla nostra bella e tormentata città. È chiaro che viene ad ottobre a portare parole di incoraggiamento, di fiducia e di stimolo». Preoccupato di come sarà la città nell´autunno che vedrà la prima visita del Papa? Il cardinale preferisce essere ottimista: «Mi auguro che per quella data non ci sia più l´emergenza della spazzatura».
Poi, facendosi serio: «Ero fuori Napoli quando ho saputo della procedura di infrazione dell´Unione Europea per la nostra questione rifiuti: basta con questo spettacolo. È assai triste vedere che qualcuno debba girare con la mascherina per le nostre strade. Perché, mi chiedo. La maschera ce l´abbiamo già, è quella di Pulcinella, lasciamola al teatro e nei libri, Ma noi no: noi dobbiamo mostrarci senza brutte maschere, dobbiamo fare emergere il volto pulito della città».
Un anno dopo, la città festeggerà il suo cardinale - lunedì alle 18.30 - sul sagrato del Duomo. Un evento senza inviti, cui sono invitati tutti, i commercianti della strada e il suo clero, artisti e atleti, canti, artigiani, imprenditori e operai. Perché si sa, il pastore dell´arrevuoto non ama stare nel Palazzo.

© Copyright Repubblica (Napoli), 30 giugno 2007


Presentata ieri a Roma

Nota pastorale dei Vescovi dopo “Verona”

Roma «Dare nuovo valore alla vocazione laicale». È l’esortazione dei vescovi italiani nella Nota pastorale dopo il IV Convegno ecclesiale di Verona che è stata presentata ieri mattina. Al Convegno che si è svolto nel mese di ottobre dell’anno scorso aveva partecipato anche una delegazione lodigiana guidata dal vescovo Giuseppe Merisi e dal vicario generale monsignor Iginio Passerini. Poi c’erano stati degli incontri di approfondimento e di rilancio diocesano sui contenuti molto partecipati. «Il Convegno - scrivono i vescovi nella nota di ieri - ha rivelato il volto maturo del laicato che vive nelle nostre Chiese. Le comunità cristiane devono trarne conseguenze capaci di farle crescere nella missione, individuando scelte pastorali che esprimano una conversione di atteggiamenti e di mentalità». Per questo diventa essenziale «accelerare l’ora dei laici», rilanciandone l’impegno ecclesiale e secolare, senza il quale il fermento del Vangelo non può giungere nei contesti della vita quotidiana, né penetrare quegli ambienti più fortemente segnati dal processo di secolarizzazione. Un ruolo specifico spetta agli sposi cristiani che, in forza del sacramento del Matrimonio, sono chiamati a divenire «Vangelo vivo tra gli uomini» .«Riconoscere l’originale valore della vocazione laicale significa, all’interno di prassi di corresponsabilità, rendere i laici protagonisti di un discernimento attento e coraggioso, capace di valutazioni e di iniziativa nella realtà secolare, impegno non meno rilevante di quello rivolto all’azione più strettamente pastorale - scrive la Cei - Occorre pertanto creare nelle comunità cristiane luoghi in cui i laici possano prendere la parola, comunicare la loro esperienza di vita, le loro domande, le loro scoperte, i loro pensieri sull’essere cristiani nel mondo. Solo così potremo generare una cultura diffusa, che sia attenta alle dimensioni quotidiane del vivere». «Perché ciò avvenga - conclude la Cei - dobbiamo operare per una complessiva crescita spirituale e intellettuale, pastorale e sociale, frutto di una nuova stagione formativa per i laici e con i laici, che porti alla maturazione di una piena coscienza ecclesiale e abiliti a un’efficace testimonianza nel mondo. Questo percorso richiede la promozione di forme di spiritualità tipiche della vita laicale, affinché l’incontro con il Vangelo generi modelli capaci di proporsi per la loro intensa bellezza».

© Copyright Il Cittadino, 30 giugno 2007


L´annuncio durante i Vespri nella Basilica che contiene le spoglie del santo. L´evento per celebrare i 2000 anni dalla nascita

Il Papa: "Giubileo per San Paolo"

Si aprirà il 28 giugno del 2008 e chiuderà il 29 giugno del 2009
Attesi pellegrini sulla tomba del santo per i riti liturgici

RENATA MAMBELLI

Un Giubileo per San Paolo: lo ha annunciato ieri papa Benedetto XVI dalla Basilica di San Paolo fuori le mura durante i vespri della vigilia della festa di San Pietro e Paolo. L´appuntamento è per il 28 giugno del 2008, giorno dell´inizio dell´anno paolino, che si chiuderà il 29 giugno del 2009. «Sono lieto di annunciare ufficialmente», ha detto papa Ratzinger, «che all´apostolo Paolo dedicheremo uno speciale anno giubilare, in occasione del bimillenario della sua nascita, dagli storici collocata tra il 7 e il 10 d.C.».
La comunità cattolica di Roma, e insieme ad essa tutta la città, ha un anno di tempo per mettere in moto la complessa macchina dell´accoglienza che accompagna ogni Giubileo. Ieri il vicesindaco Maria Pia Garavaglia ha ringraziato papa Ratzinger per la sua scelta per cui «per un anno la Basilica di San Paolo», ha detto, «sarà al centro di iniziative di pellegrinaggio, di preghiera e di riflessione ecumenica». Il Papa, ieri, ha infatti praticamente gettato giù un abbozzo di scaletta del prossimo "Giubileo speciale". «Quest´Anno Paolino», ha detto, «potrà svolgersi in modo privilegiato a Roma, dove da venti secoli si conserva sotto l´altare papale di questa Basilica il sarcofago che conserva i resti dell´apostolo Paolo». Sarà proprio la Basilica di San Paolo il centro non solo spirituale dell´avvenimento durante il quale, spiega il Papa, «potranno avere luogo una serie di eventi liturgici, culturali ed ecumenici, come pure varie iniziative pastorali e sociali, tutte ispirate alla spiritualità paolina».
E ci sarà, naturalmente, spazio per i pellegrini: «Speciale attenzione potrà essere data ai pellegrinaggi che da varie parti vorranno recarsi in forma penitenziale presso la tomba dell´Apostolo per trovare giovamento spirituale». E ancora il Papa ha annunciato convegni di studio e celebrazioni ecumeniche. Tutto per il santo che, ha aggiunto, insieme a San Pietro ha formato la coppia di fondatori della Chiesa romana, simile a quella di Romolo e Remo fondatori della città.

© Copyright Repubblica (Roma), 29 giugno 2007

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